Pussy People
Andrew Lang, UK, 2010
Pussy People
Andrew Lang, UK, 2010

Jon Foy, US, 2011
A partire dagli anni 80, una serie di piccole lastre di linoleum portanti criptiche iscrizioni ha fatto la sua comparsa sulle strade di Philadelphia e altre città statunitensi. Il misterioso messaggio fa riferimento allo storico Arnold Toynbee, il film 2001: Odissea nello spazio e un’ipotetica resurrezione dei morti su Giove. Nonostante l’attenzione dei media locali, negli ultimi trent’anni nessuno ha mai dichiarato la paternità delle cosiddette Toynbee tiles, creando un piccolo ma affascinante X-file metropolitano.
L’idea di un documentario dedicato a questo mistero è all’apparenza folle quanto le frasi scritte sulle lastre. Eppure Resurrect Dead, premiato per la regia all’ultimo Sundance, riesce a costruire (e forse risolvere) un giallo avvincente e a tratti toccante, costellato di personaggi memorabili.
Il protagonista Justin Duerr e i suoi “aiutanti” sono uniti dall’ossessione per le Toynbee tiles. Incontratisi agli albori di internet su forum dedicati alla risoluzione del mistero, s’improvvisano investigatori e vengono seguiti dalla telecamera di Jon Foy negli ultimi cinque anni di una lunga indagine. Seguendo una schizofrenica pista, scoprono il mondo sotterraneo delle radio pirata, trovano indizi nelle opere di David Mamet e bussano più volte alle porte di sconosciuti in cerca di risposte. E quando le risposte arrivano e risultano incomplete o confuse, si scopre che l’indagine conta molto di più del mistero, e che la bellezza di questo documentario sta in realtà nel sottile legame che traccia tra ricercatore e ricercato.

James Marsh, UK, 2011
Dopo Man on Wire, che in pochi anni è già diventato un classico, il team di James Marsh aveva il difficile compito di realizzare un documentario altrettanto convincente - e commerciabile. L’impressione è che con Project Nim ci siano riusciti di nuovo (tant’è vero che la HBO, fiutando l’affare, ha acquisito i diritti ancor prima che venisse presentato a Sundance) e facendo leva su molti degli aspetti vincenti del suo precursore. Gli anni ‘70 sono ancora una volta il fondale su cui proiettare una storia di ambizioni impossibili, e con la stessa patina di nostalgia che già avvolgeva Man on Wire.
Nel 1973, un professore della Columbia University concepisce un progetto rivoluzionario: insegnare il linguaggio dei segni a uno scimpanzé. Il piccolo Nim viene quindi sottratto alla madre, dato in adozione a una famiglia benestante di New York e cresciuto (e viziato) come un bambino. Com’è prevedibile, si verificano subito problemi pratici oltre che scientifici, e Nim si trova al centro di un esperimento sempre meno accademico e sempre più affettivo. Lo scimpanzé non tarda a sconvolgere gli equilibri della famiglia adottiva ed entra in scena una lunga serie di “insegnanti” che decideranno la sua sorte.
Project Nim è molto più della storia di uno scienziato egocentrico e delle conseguenze di un esperimento apparentemente ingenuo: è una riflessione sul rapporto uomo-animale e l’egoismo che spesso ne altera i sistemi. Purtroppo, alcune ricostruzioni goffamente cinematiche e una colonna sonora strappalacrime compromettono il potenziale divulgativo, e suggeriscono invece che il film voglia, più di ogni altra cosa, commuovere lo spettatore - riuscendoci perfettamente.